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Nel 1786 il curato di Domo, G.B. Isabella, parlando dell'oratorio di S.
Michele, attestava: "E' sito
sopra un alto monte su cui per sei mesi ne' tempi d'estate vi dimoravano
alpari che per la distanza dalla parrocchia, e per non absentarsi dal
bestiame pericolante, sù per le coste precipitose, che vi sono, come pe'
lupi che v'infestano, vi fanno spesso intervenire un sacerdote colla messa
ne' giorni festivi; per questo motivo sembra comodo e necessario al bene di
tali non pochi individui".
Questa può essere l'origine della nostra come di altre chiesette montane.
Nel '500, in cui si infittiscono le descrizioni dovute ai visitatori
diocesani, il presbiterio, costituito dalla vasta abside, era chiuso da un
muro a sua volta dotato di bella porta, che si apriva evidentemente solo nel
giorno delle celebrazioni.
Gli affreschi più antichi, che risultano dalle descrizioni dei visitatori
postridentini, erano posti nell'abside: al centro una raffigurazione della
Maestà Divina, a lato, forse, i simboli degli Evangelisti; sotto la teoria
dei dodici apostoli e un velario. Le tracce rese visibili da scrostature e
assaggi sembrano indicare un ciclo di rilevante antichità, uno dei pochi di
età romanica (o addirittura pre-romanica) che siano rimasti nell'area
varesina.
Forse sulla parete sinistra, si scorgeva allora la figura del patrono,
l'arcangelo Michele. A detta parete, per il pericolo
di crolli, fu in età imprecisata addossato un muro di rinforzo, lasciando
tuttora visibile un affresco più recente, con la data del 1517: una Madonna
e il Bambino lattante, con i santi Antonio abate e Bernardo (entrambi spesso
invocati come protettori dei pastori). Alla fine del XVII secolo, il parroco
di Domo, Giovanni Giuseppe Vagliano, procedette a un radicale restauro della
chiesetta, dedicando l'abbellimento alla Madonna nel 1855, per essere
rimasta indenne dall'epidemia, quella di colera che appunto in quel tempo
minacciò anche la nostra regione, come attesta la scritta posta sulla
cornice dell'affresco: "PARECIA INCOLUMIS A LUE 1855 DEIPARAE VOVIT".
I pregi della chiesa sono tutt'altro che trascurabili anche se ancor tutti
da scoprire e convalidare, per la storia dell'architettura romanica e
preromanica. Consiste esso in un'aula absidata, interamente coperta con
volte, due crociere impostate su pilastri addossati alle pareti laterali.
Mentre la navata ha pareti in vista eseguite a ciottoli e pietre rozzamente
squadrate, con grossi letti di malta e qualche traccia di intonaco (vi S
anche qualche accenno alla spina di pesce), l'abside esibisce filari di
pietre e ciottoli ben allineati, fasce ben evidenti a spina di pesce.
L'abside contava su due finestrelle, ora otturate e, quella meridionale,
alterata; quella centrale presenta forma a fungo e, pare, una doppia
strombatura poco marcata. Vi è anche la traccia d'uno stipite di porta,
sotto la finestrella verso sud, forse ricavata per ottenere un indipendente
accesso alla "cappella" allorquando essa era separata dalla navata.
Allo stato attuale si può sospettare che a una primitiva e vetusta aula
fosse addossata una nuova abside. Un'altra fase è costituita dalla copertura
della navata con volte; i sostegni appaiono chiaramente inseriti in un
secondo tempo rispetto ai muri perimetrali. Mazza ha fissato la sua
attenzione sopra il profilo oltrepassato degli archi, proponendo confronti
con apparecchi murari simili dell'area francese e spagnola e finendo per
assegnare la struttura alla fine del decimo secolo. Egli assegnava poi
l'abside alla seconda metà del X secolo (momento iniziale dell'età
romanica). Per le murature della navata riteneva possibili anche tempi
anteriori.
Le argomentazioni sono suggestive; tuttavia, in attesa di maggiori
informazioni, è doverosa la prudenza.
Resta da dire qualcosa circa gli interventi moderni. Sagristia e
campaniletto triangolare sembrano ottocenteschi e si è portati a dar fede
all'epigrafe graffita sull'intonaco del campaniletto "Onorato Monico 1
agosto 1857". La lunetta sopra la porta d'ingresso è posteriore al 1945. Con
il medesimo intervento si sistemarono il tetto e i muri sotto la chiesa
verso nord ed est; si imbiancò l'interno.
Nel 1965 crollò il tetto della sagrestia, ma lo si ricostruì qualche anno
dopo. I contrafforti in pietra a vista, sulla parete nord, furono progettati
dall'arch. Mazza nel 1973 al fine di stabilizzare la pericolosa rotazione
verso l'esterno di detta parete.
Un importante intervento conservativo è stato eseguito nell'inverno
dell'anno 2000, grazie ad un contributo della Regione Lombardia di ca. 150
milioni di lire. E' stata rifatta interamente la copertura in beola, sono
state consolidate le pareti e le fondamenta, nonché la collina sulla quale
la chiesetta è stata edificata.
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